2) Kant. La rivoluzione copernicana.

In questa lettura Kant descrive i problemi e le riflessioni che
gli permisero di arrivare alla "rivoluzione copernicana".
I. Kant, Critica della ragion pura, Prefazione alla seconda
edizione (pagine 354-355).

Finora si assunse che tutte le nostre conoscenze si dovessero
regolare secondo gli oggetti: ma tutti i tentativi di formare
alcunch a priori su questi mediante concetti, da cui venisse
ampliata la nostra conoscenza, in seguito a questo presupposto
finivano per annullarsi. Si ricerchi ora pertanto, se noi non
progrediamo meglio nei compiti della metafisica con l'assumere che
gli oggetti si debbano regolare secondo la nostra conoscenza: il
che gi meglio concorda con la desiderata possibilit di una loro
conoscenza a priori, che debba stabilire alcunch sopra gli
oggetti prima che questi ci siano dati. Ci  in tal modo disposto
come nei primi concetti di Copernico, il quale, poich non trovava
conveniente procedere nella spiegazione dei moti celesti in base
all'assunzione che l'intera volta stellare roti intorno
all'osservatore, cerc se ci non poteva riuscirgli meglio facendo
rotare l'osservatore e all'incontro stare in quiete le stelle.
Nella metafisica si pu pure svolgere un simile tentativo, per
quanto riguarda l'intuizione degli oggetti. Se l'intuizione si
dovesse regolare secondo la conformazione degli oggetti, io non
vedo come se ne potrebbe sapere qualcosa a priori. Ma se l'oggetto
(come obbietto dei sensi) si regola secondo la conformazione della
nostra facolt d'intuizione, posso benissimo rappresentarmi questa
possibilit. Poich per altro non posso rimaner fermo a queste
intuizioni, se esse debbono diventare conoscenze, ma le debbo
riferire come rappresentazioni a qualche oggetto a determinare
questo mediante quelle - io posso assumere: che i concetti,
mediante i quali io reco a compimento questa determinazione, si
regolino pure secondo l'oggetto, e allora sono di nuovo nella
stessa perplessit riguardo alla maniera in cui potrei sapere
qualcosa a priori: - oppure (assumo) che gli oggetti o, quel che 
lo stesso, l'esperienza, nella quale soltanto essi (come oggetti
dati) sono conosciuti, si regoli secondo questi concetti, e allora
io considero una pi facile soluzione, - perch l'esperienza
stessa  una maniera di conoscenza, che richiede intelletto, la
regola del quale io debbo pertanto presupporre in me prima ancora
che mi vengano dati degli oggetti: essa si trova espressa in
concetti a priori, secondo i quali dunque si regolano
necessariamente tutti gli oggetti dell'esperienza. Per ci che
riguarda gli oggetti, in quanto essi sono puramente e pure
necessariamente pensati mediante la ragione, ma quali (almeno come
la ragione li pensa) non possono appunto venir dati
nell'esperienza, - i tentativi di pensarli (poich essi si devono
pur poter pensare) offrono successivamente una splendida pietra di
paragone di ci che noi riteniamo come la mutata maniera di
pensare, che cio noi conosciamo delle cose soltanto l'a priori,
che noi stessi vi poniamo.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 202-203.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/8. Capitolo
Tredici.
3) Kant. Conoscenza pura ed empirica.

Kant si pronuncia sulla questione dell'innatismo. Per lui la
nostra conoscenza inizia con l'esperienza, ma non si riduce
totalmente ad essa. Egli distingue fra conoscenze empiriche, a
priori e pure. Le conoscenze empiriche non hanno il criterio della
necessit e dell'universalit, che sono le caratteristiche della
conoscenza a priori.
I. Kant, Critica della ragion pura, Introduzione alla seconda
edizione (pagina 358).

Non vi  dubbio che la nostra conoscenza cominci con l'esperienza:
poich altrimenti da che cosa potrebbe essere svegliata in
esercizio la nostra facolt conoscitiva se ci non fosse mediante
oggetti, che toccano i nostri sensi e in parte producono da s
rappresentazioni, in parte mettono in movimento la nostra attivit
intellettuale, a paragonarli, connetterli o dividerli, e cos
elaborare la materia prima delle impressioni sensibili in una
conoscenza degli oggetti? Secondo il tempo, dunque, nessuna
conoscenza precede in noi all'esperienza, e ogni conoscenza
comincia con questa.
Ma sebbene ogni nostra conoscenza s'inizi con l'esperienza, non
sorge per, per questo, tutta dall'esperienza. Poich potrebbe
anche essere che la stessa nostra conoscenza per esperienza fosse
un composto di ci che riceviamo mediante impressioni e di ci che
la nostra propria facolt conoscitiva (semplicemente all'occasione
di impressioni sensibili) ci porge da se stessa: mentre noi non
distinguiamo questa aggiunta da quella materia originaria prima
che un lungo esercizio non ce ne abbia fatto attenti, e disposti
alla loro separazione.
Vi  dunque almeno una questione che richiede una pi stretta
ricerca, e da non risolvere cos a prima vista: se vi sia una
simile conoscenza indipendente dell'esperienza e anche da tutte le
impressioni dei sensi. Siffatte conoscenze si dicono a priori, e
si distinguono dalle conoscenze empiriche, che hanno le loro fonti
a posteriori, cio nell'esperienza.
Delle conoscenze a priori si chiamano poi pure quelle a cui non 
mescolato nulla di empirico. Per esempio, la proposizione: ogni
mutamento ha la sua causa,  una proposizione a priori, ma non
pura, perch il mutamento  un concetto che pu essere tratto solo
dall'esperienza.

secondo. Noi siamo in possesso di certe conoscenze a priori, e
anche l'intelligenza comune non ne  mai priva.
Importa qui trattare di un segno, da cui noi possiamo sicuramente
distinguere una conoscenza pura dall'empirica. L'esperienza ci
insegna appunto che qualche cosa  conformato cos o cos, ma non
come ci non possa essere diversamente. Se dunque si trova
primamente una proposizione che venga pensata insieme con la sua
necessit, essa  un giudizio a priori: se essa poi non  inoltre
dedotta da nessun altra, che non sia essa stessa, di nuovo, valida
come una proposizione necessaria, allora essa  assolutamente a
priori.
In secondo luogo: l'esperienza non conferisce mai ai suoi giudizi
vera e rigorosa universalit, ma solo presunta o comparativa
(mediante induzione); tanto che si deve dire, propriamente: per
quanto noi abbiamo fin qui percepito, non si trova eccezione a
questa o a quella regola. Se dunque un giudizio  pensato in forma
rigorosamente universale, cio in modo che non  ammessa la
possibilit di nessuna eccezione, allora esso non  ricavato
dall'esperienza, ma valido assolutamente a priori. L'universalit
empirica  dunque una elevazione arbitraria di validit, da quella
che vale nella maggior parte dei casi a quella che vale in tutti.
Cos per esempio nella proposizione: tutti i corpi sono pesanti.
Dove per contro appartiene a un giudizio la universalit rigorosa,
essa addita una sua speciale fonte di conoscenza, e cio una
facolt di conoscenza a priori. Necessit e universalit rigorosa
sono dunque sicuri segni di riconoscimento di una conoscenza a
priori, e appartengono anche inseparabilmente l'una all'altra. Ma
poich nell'uso di essi  talora pi facile (indicare) la loro
limitazione empirica che la contingenza nei giudizi, o anche molte
volte  pi illuminante designare l'universalit illimitata, da
noi attribuita a un giudizio, che non ha la sua necessit; cos 
consigliabile di valersi separatamente e riflessivamente di
entrambi i criteri, ciascuno dei quali  per se infallibile.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 203-205.
